martedì 23 gennaio 2018

Prorogata fino al 4 febbraio la mostra “Dentro Caravaggio” a Palazzo Reale a Milano

Lo scorso sabato ho deciso di staccare un po’, concedendomi una pausa dalla prole e con un’ora e mezza di macchina Locarno-Milano, sono andata a vedermi la mostra su Caravaggio, osannata dai media. Da mesi biglietti on line esauriti, per cui è ormai possibile solo armarsi di pazienza e mettersi in coda, ma assicuro che ne vale la pena!



Tre ore in fila al freddo sembrano tante, ma in realtà sono volate leggendo libri scaricati sul mio ebook, aspettando di entrare alla mostra Dentro Caravaggio a Palazzo Reale a Milano, la cui chiusura visto il grande successo è stata prorogata fino al 4 febbraio tutti i giorni aperta fino a mezzanotte (inizialmente prevista per il 28 gennaio).

In passato avevo già visto millantate mostre su Caravaggio, che però per lo più esponevano solo poche opere del maestro lombardo. Mi ricordo in particolare di una romana tanti anni fa dal titolo Caravaggio e i suoi, dove c’erano più i suoi che non Caravaggio, una vera delusione. 
Le opere di Caravaggio sono davvero sparse in tutto il mondo ed è anche per questo che è assai complicato organizzare un’esposizione, che voglia essere rappresentativa del suo lavoro.

Per la mostra milanese, invece, sono stati fatti arrivare alcuni dei suoi più celebri capolavori dai quattro angoli del mondo, creando un percorso in climax del suo iter artistico… dalla luce al buio per così dire. Ogni opera è corredata da un’ampia spiegazione scritta in italiano e inglese e di un brano in audioguida. 
Quando si esce dalla visita, quindi, si ha la consapevolezza di saperne qualcosa in più sulle opere e la vita di Michelangelo Merisi. Almeno così è stato per me, che non ero affatto esperta della sua opera, pur conoscendone i dipinti più famosi. Non lo sono neanche ora, ma per lo meno sono più informata sulla sua vita e sono riuscita ad apprezzare meglio il suo lavoro, grazie a particolari della tecnica da lui usata che non conoscevo.

Non sapevo per esempio dell’excursus, che lo ha portato a creare la tecnica a risparmio, che lo ha reso celebre per le sue zone buie; tecnica che poi è diventata per lui un modus operandi, ma che inizialmente fu usata per preparare in poco tempo tele di grandi dimensioni, che i committenti gli richiedevano pronte in tempi stretti. I fondi scuri preparatori dei dipinti sono diventati definitivi e via via hanno occupato uno spazio sempre più ampio nei suoi quadri, fino ad essere una vera e propria cifra stilistica. Da qui si riconoscono i quadri giovanili con miriadi di particolari, in cui le figure sono in piena luce e i fondi preparatori chiari, come nel meraviglioso Riposo durante la fuga in Egitto. 

Riposo durante la fuga in Egitto
Stupefacente la perfezione delle figure anche in pose plastiche particolarmente ardue, come quella dell’androgino angelo di spalle, che suona il violino (la melodia nello spartito è un mottetto ispirato al Cantico dei Cantici) o della Madonna, che seduta, appoggia la sua testa sulla testolina del suo bimbo. Anche figure in pose di spalle, ricurve, ritorte sembrano essere una sua cifra stilistica, dando sempre un senso di movimento come in un’istantanea fotografica.

La sua pittura è infatti iperrealistica, anche se sappiamo che per dipingere metteva tutto in scena di fornte a sé, usando modelli presi dalla strada, il che ricorda molto il cinema neorealista italiano. Madonne, santi, soldati e carnefici sono presi dal suo mondo quotidiano fatto di osterie e bordelli, ma sempre con un’attenzione particolare all’estetica, per cui le sue madonne sono di una bellezza stupefacente e i carnefici di una ferinità quasi bestiale. 

La buona ventura

Questo bisogno di realismo forse lo porta a dipingere quadri con scene di vita quotidiana e nature morte, come ne La buona ventura, dove la zingara dallo sguardo furbo legge la mano ad un ingenuo e sprovveduto giovanotto, che si lascia derubare del suo anello. O nel Ragazzo morso dal ramarro, che al di là delle possibili interpretazioni allegoriche sulle pene d’amore, è in fondo un ragazzo che ha una reazione di sorpresa e dolore, di fronte all’inaspettato morso di un animale nascosto fra fiori e foglie.
Ragazzo morso dal ramarro
Il dipinto di fronte a cui però sarei stata ore in contemplazione è senz’altro La Madonna di Loreto, dove una Madonna di una bellezza fulgente con in braccio il suo bimbo nudo, esce di casa ed è colta quasi di sorpresa, sembra quasi ritrarsi di fronte ai pellegrini inginocchiati in adorazione, come in un gesto di protezione della sua privacy e del suo bimbo che è tuttavia ancora suo, nella consapevolezza di volerlo proteggere dal mondo, che pure oggi lo adora. Ho trovato questo gesto così umano quasi commovente, seppure affidato ad una donna-divina. Il dipinto fece scalpore per l’estrema povertà dei due pellegrini dai piedi sporchi e dalla cuffia sdrucita e perché per la Madonna il pittore aveva usato come modella Lena, bellissima cortigiana nota a Roma anche negli ambienti di nobili e cardinali.

Purtroppo le foto sono solo pallidi ricordi degli originali.

La Madonna di Loreto
Dalla luce dei dipinti giovanili, si diceva, alle figure che escono dal fondo nero, che diventa sempre più ampio e rivela solo figure a volte anche dimezzate e alcuni dettagli in luce. Tutto ciò lo costringe anche a dipingere con la luce fioca della candela rivolta verso i soggetti, per cogliere le ombre. Nelle ultime opere e soprattutto nel Martirio di Sant’Orsola, ritenuta proprio l’ultima prima della sua morte precoce non ancora quarantenne a causa di una febbre alta, il buio sembra ormai fagocitare le figure che quasi a stento la penetrano. Ombra prevalente simbolo forse anche dell’ultimo periodo di vita da ricercato e fuggiasco in seguito ad un omicidio, che lo rese ancor più d’animo angosciato e tormentato.

Martirio di Sant’Orsola
Questi sono solo alcuni spunti dei numerosi altri, che possono sorgere visitando quella che ritengo davvero una delle esposizioni più importanti degli ultimi decenni sul lavoro del grande maestro lombardo.

Palazzo Reale, Milano fino al 4 febbraio 2018
Catalogo Edizioni Skira 39 euro

di Cristina Radi



giovedì 18 gennaio 2018

FICO – visita all'eccellenza del buon cibo italiano

E finalmente una volta tanto si va in Italia e si è fieri di quello che abbiamo e sappiamo valorizzarlo al meglio.


A novembre 2017 hanno inaugurato alla periferia di Bologna, il più grande Parco agroalimentare del mondo, si chiama FICO (Fabbrica Italiana COntadina) ed è una costola di Eataly. Giustamente è stata scelta Bologna, che aveva già la fama mondiale della città del cibo italiano per eccellenza. Si tratta di un grandissimo luogo al coperto, dove per comodità si possono usare persino delle biciclette per poterlo girare tutto senza stancarsi.



Qui si trovano svariati tipi di ristoranti, la gastronomia italiana virata in tutte le sue diverse sfumature: la pasta, i fritti, le patate, la cucina mediterranea, la pizza, i salumi, la grigliata, il pesce e tanto tanto altro ancora.
Molti gli stand in cui assaggiare e comprare i prodotti italiani di marche note o di nicchia, ma sempre con la cifra del “farlo artigianalmente”. Si possono trascorrere intere giornate all’interno, l’ingresso è gratuito e numerose sono le iniziative o le installazioni per i bambini. Giochi fissi in un’area vasta, che presenta persino un campo da beach volley.



All’esterno il parco offre numerose attrattive, che saranno meglio fruite con la bella stagione come animali vivi in una sorta di fattoria didattica e persino un minigolf e un trenino marcato freccia rossa. 
I prezzi sono un po’ alti, ma sinceramente la qualità e l’organizzazione va pagata, e se il servizio è di alto livello, va bene così.
Piuttosto scomodo invece ho trovato il fatto che potendo mangiare cose così diverse, non si sia pensato a creare di più aree comuni dove le comitive possono mangiare insieme ognuna cibi diversi. Io sono andata la prima volta con la mia famiglia e ognuno voleva assaggiare una cosa diversa e farla assaggiare agli altri componenti, ma nei ristoranti non è possibile mangiare cose di un altro ristorante e ci sono poche zone attrezzate per fare un pasto da asporto e dare la possibilità di mangiare insieme cose differenti. Così ci siamo arrangiati un po' scomodamente nei divanetti con piccoli tavoli più da aperitivo che da pasto. Il cibo però era ottimo.





di Cristina Radi

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martedì 9 gennaio 2018

Al cinema con Los amigos de la Lengua Española

Da giovedì 11 gennaio a giovedì 12 aprile Los amigos de la Lengua Español e la Asociación Española del Ticino presentano 6 lungometraggi in spagnolo (Spagna, Argentina, Cile).



I lungometraggi sottotitolati in francese, tedesco o inglese sono proiettati al Cinema Otello di Ascona con inizio alle 18.30. Il programma può essere consultato sul sito de Los Amigos de la lengua española e de la Asociación Española del Ticino.

I film costituiscono la seconda parte del cartellone iniziato in autunno. 
Fil rouge del programma la società d’oggi osservata da registi di lingua spagnola. 

I generi cinematografici si alternano dalla commedia al dramma, al roadmovie. Si raccomanda il cartellone cinematografico non solo agli amanti del cinema, ma anche ai cultori della lingua di Cervantes. 

Il primo lungometraggio in programma, giovedì 11 gennaio El lado oscuro del corazón di Eliseo Subiela, è una commedia romantica del 1992, che nei paesi di lingua spagnola ha conosciuto un gran successo.

di Augusto Orsi / Bears

martedì 2 gennaio 2018

Suoni al buio, quando il buio rende la musica più intensa

È oramai diventato di moda sperimentare esperienze sensoriali particolari, spesso nel tentativo di ricreare l’universo di chi è “professionista del buio”.

i musiciti Sandro Schneebeli e Max Pizio

Sono ormai diffusi un po’ ovunque cene al buio, percorsi al buio e come nelle scene iniziali e finali di quel meraviglioso film che è “Il colore nascosto delle cose” di Paolo Virzì, le conversazioni al buio.
Qualche anno fa ero stata con mio figlio più grande, allora ancora alle elementari, ad un Concerto al buio al Teatro Paravento di Locarno. Ero un po’ in ansia per le possibili reazioni di bambino di 9 anni, di fronte ad un buio così assoluto. Avendo fatto speleologia negli anni dell’Università, conoscevo quel buio così denso e profondo, tipico delle grotte quando si spegne la torcia.



Ma la mia ansia si è subito rivelata inutile, as usual, perché tutto è stato affrontato da lui e di conseguenza anche da me, con l’emozione di un gioco nuovo ed entusiasmante.
Da subito si è comportato con tranquillità, affidandosi completamente alla guida non vedente, del resto per i bambini anche il semplice affidarsi risulta un'azione spontanea.



L’esperienza ci piacque così tanto che a distanza di qualche anno, lui oramai tredicenne, siamo tornati al Teatro Paravento ancora per il concerto al buio, questa volta accompagnati anche dalla sorella di 9 anni. E io in versione più rilassata.

I musicisti polistrumentisti e assolutamente stupefacenti nel suonare al buio sono Sandro Schneebeli e Max Pizio, che ci accompagnano in un excursus di brani originali, ma dalle intonazioni più diverse: dalla world music al jazz, in cui infilano qua e là brevi inserti di melodie molto note come Sound of silence che torna spesso come leit motiv o Over the Rainbow; e sperimentano con umorismo simpatici giochi musicali tra Heidi e versi di animali. Duettano tra loro immersi nelle tenebre, divertendo e divertendosi, in un’atmosfera che incredibilmente si fa intima fra pubblico e spettatori, legati tutti insieme da questa densa coperta nera.

Alla fine due candele accese all'improvviso, rivelano i trucchi e i propri vicini di sedia, e l’intimità che ha creato prima il buio, spinge gli spettatori a chiedere ai musicisti di rivelare i loro segreti, colmando così le curiosità e i vuoti che il solo udito non ha saputo ricostruire.


I suoni al buio sono in tournée in tutta la Svizzera anche nel 2018, la prossima data in Ticino sarà a Croglio il 20 gennaio 2018.

Il consiglio è di non perderli assolutamente e di andarci anche con i bambini a partire dalla 2/3° elementare, per abituarli ad un ascolto concentrato e anche a non avere paura del buio.

Per vedere tutta la tournée e maggiori info:


Di Cristina Radi

giovedì 28 dicembre 2017

In morte di un amico, un pezzo della cultura locarnese che se ne va

Si è spento all’età di 82 anni Giancarlo Bertelli  uno dei principali artefici del rilancio del Teatro di Locarno di cui fu direttore dal 1990 al 2012


For whom the bell tolls,
It tolls for thee.
Each man's death diminishes me,
For I am involved in mankind. (John Donne)

La campana ha suonato per un caro amico: Giancarlo Bertelli. “Gentiluomo della cultura e protagonista riservato”.

No man is an island,
Entire of itself.
Each is a piece of the continent,
A part of the main.
If a clod be washed away by the sea,
Europe is the less.
As well as if a promontory were.
As well as if a manor of thine own
Or of thine friend's were.
Each man's death diminishes me,
For I am involved in mankind.
Therefore, send not to know
For whom the bell tolls,
It tolls for thee.
For whom the bell tolls,
It tolls for thee.
Each man's death diminishes me,
For I am involved in mankind.
John Donne


Di Augusto Orsi

mercoledì 27 dicembre 2017

Il bosco in una stanza a Losone fino all'8 gennaio

Su iniziativa del progetto Parco Nazionale del Locarnese, è stata creata ed installata a Losone per tutte le festività una magica stanza in legno, dove grazie a buchi creati ad hoc e a sgabelli dalle diverse altezze, è possibile trovarsi immediatamente in mezzo ad un bosco con tanto di animali.



Questa installazione, ad ingresso gratuito, che stupisce grandi e piccini perché da fuori sembra solo una grande scatola in legno, si trova in via Cesura accanto al bel presepe in legno, di fronte alla casa anziani. Durante le feste è possibile visitarla tutti i giorni ed accanto si può trovare un banchetto con materiale informativo del futuro Parco del Locarnese. 

Io che non ho diritto di voto in Svizzera, ma che diventerò presto cittadina di Losone, uno dei Comuni interessati compreso nell’area del Parco, spero proprio che chi può farlo, voterà per la creazione del Parco, perché mi sembra davvero un’opportunità da non perdere in tutti i sensi, soprattutto occupazionale e turistica. La votazione è prevista per il prossimo giugno 2018.




In questi mesi sono state proposte molte iniziative dal comitato a favore del Parco, tutte davvero interessanti, e così pure nei vari comuni sono state organizzate riunioni dalle amministrazioni per spiegare alla cittadinanza che cosa significherà far parte di una zona parco. Un parco comunque inusuale, proprio perché insistendo anche su zone urbane, è pensato proprio in modo che l’aspetto naturalistico e le attività umane si integrino e si completino.



Per capire meglio e ammirare le bellezze del territorio del Parco Nazionale del Locarnese, ecco un bel video: Un Parco della gente


di Cristina Radi

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mercoledì 20 dicembre 2017

Un must di Natale: al cinema con i figli. 2 pellicole da non perdere

Tra i numerosi film che allieteranno il Natale e le feste di fine d’anno dei cinefili piccoli e grandi ne spiccano due: “Paddington 2” di Paul King e “Coco” di Lee Unkrich e dello story artist Adrian Molina.



Il sequel della storia del piccolo orso è arrivato sugli schermi europei a novembre e ha bissato e migliorato il successo del primo.



Il secondo, Coco, sarà sugli schermi italiani e svizzeri a giorni. In Francia e nel Regno Unito è già uscito e ha riscosso successo. “Paddington 2” e “Coco” sono due prodotti cinematografici ben concepiti, ben realizzati, intelligenti, briosi e divertenti, nei quali la narrazione di storie universali, brillante sta al passo con la perfezione tecnologica. Sono film capaci d’interessare e divertire non solo i piccoli e gli adolescenti, ma anche gli adulti e di lasciare ricordi negli spettatori.



Paddington 2 narra in modo umoristico e allegro le ultime avventure e disavventure del piccolo orsetto peruviano diventato un vero British londinese.
Coco, invece ci catapulta attraverso la storia fantasiosa del piccolo messicano Miguel nella Terra dell’Adilà nel Dia De los Muertos.


Due stupendi lungometraggi da non perdere.


Di Augusto Orsi



Chaplin's world    

venerdì 8 dicembre 2017

Mercatini di Natale in Alsazia, Francia

Con il marito che lavora per una ditta con sede in Alsazia, Francia, la nostra frequentazione della regione è diventata abbastanza continuativa negli ultimimanni. Ci siamo andati soprattutto in dicembre, affrontando con coraggio il rigore della stagione invernale continentale. 


A Strasburgo e in tutte le città e i paesi vicini, è molto forte la tradizione dei mercatini di Natale e ovunque case e strade sono riccamente addobbate. Negli anni scorsi avevamo visitato Strasburgo, sede tra l’altro del Parlamento europeo, una città davvero molto bella, meritevole di una gita al di là del periodo natalizio. È possibile arrivare in macchina fino ad un grande parcheggio vicino al centro che si chiama Halles, dove c'è anche un centro commerciale assai fornito. Di lì poi si può proseguire a piedi per il tour della città. 

Il grande albero di Natale in Place Kléber, Strasburgo
Un grande albero di Natale multicolore campeggia in Place Kléber, una delle piazze principali della città e da lì sempre a piedi accompagnati dalle decorazioni si arriva fino a Notre Dame, chiesa principale e cuore del centro storico. Il centro è davvero pregevole, con gli edifici storici ben conservati, nello stile tipico dell’architettura nordica con tetti spioventi, finestre strette, e travi esterne in legno a vista, tutte decorate con addobbi che in certi casi sfiorano le leggi della gravità. Ancora a piedi si può arrivare fino all’altro quartiere storico, la Petit France, che conserva ancora tutta l’atmosfera dei tempi passati. Accanto alla cattedrale è possibile prendere il battello coperto e fare una bella gita sull’ILL, affluente del fiume Reno. Se il tempo lo permette e si vuole avere una boccata di natura, il bel parc de l'Orangerie vicino al quartiere delle Istituzioni europee, è grande e ben curato.

La cattedrale di Strasburgo, Notre Dame
Per chi si reca in Alsazia esclusivamente per il mercato di Natale, però, consiglio di spostarsi da Strasburgo, dove le bancarelle sono troppo a misura di turista, per raggiungere le altre cittadine dell’Alsazia. Pregevole anche per l'artigianato è il mercato di Colmar, che tra l’altro è anche molto carina da visitare. 

Una casa decorata a Colmar
Quest’anno poi ci siamo fatti un giro nel piccolo gioiellino che si chiama Riquewihr, che si concentra tutto entro le sue mura. Anche qui addobbi e alberi di Natale in ogni dove e assolutamente pittoresca la fontana in cima al paese, decorata con rami di abete e acqua ghiacciata che scende e gela creando splendide decorazioni naturali.

Le mura di Riquewihr
Da assaggiare nelle numerose bancarelle, i formaggi dai sapori forti e il tipico dolce natalizio il Pan d’Epice alla cannella, all’arancia o al cioccolato. Da bere in questo periodo la deliziosa birra di Natale e utile per combattere il freddo un buon bicchiere di vino caldo bianco o rosso, e per i bimbi succo di mela caldo. Per un euro ti puoi tenere il bicchiere che è un grazioso souvenir per ricordarsi della gita.

Un suggerimento goloso: se cercate ristoranti tipici in zona, dove ripararsi dal freddo e mangiare bene ve ne propongo due. Consigliata senz’altro la prenotazione.

Il primo poco fuori le mura di Riquewihr è L’Originel, chiamato così perché il cuoco ex ingegnere che ha cambiato vita e ha girato il mondo e assaporato i suoi mille gusti, accosta ingredienti e sapori diversi, sorprendendo piacevolmente i suoi avventori.


L’altro locale è invece nel paese di Epfig e si chiama Arnold, ha l’omonimo hotel di fronte, qui la cucina è più tradizionale e si può degustare anche la tarte flambée che è buona anche per i bimbi. Le sole decorazioni interne ed esterne del locale, valgono il viaggio.

L'entrata del ristorante Arnold ad Epfig

di Cristina Radi


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giovedì 30 novembre 2017

Vizio di forma, Archivio Zeta si ispira all'opera di Primo Levi (Bologna, Teatro delle Moline / 7-10 dic)

Dal 7 al 10 dicembre 2017 (alle 20.30) Archivio Zeta riprende, al Teatro della Moline, Vizio di forma, spettacolo liberamente ispirato ai racconti fantascientifici e all’opera poetica di Primo Levi.

Vizio di Forma - Archivio Zeta foto di Franco Guardascione


Lo spettacolo è la prima tappa del progetto AREADIBROCÀ, che ha come obiettivo di lavorare sulla relazione tra mente, linguaggio, suono, voce, discorso, pensiero. L’area di Brocà, o area del linguaggio articolato, è una parte dell’emisfero dominante del cervello, il centro cerebrale che presiede alla trasformazione in lingua parlata dei nostri pensieri. Prendendo il nome dal medico e anatomista Paul Pierre Brocà, che fu il primo a descriverla nel 1861, AREADIBROCÀ è un cantiere di ricerca dedicato a Primo Levi che, a trent’anni dalla morte, intende indagarne l’opera anche nelle sue parti meno note.



Abbiamo deciso di lavorare sull’opera più nascosta di Primo Levi, così lo spettacolo nelle parole di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, alla ricerca di una sua voce cosmica e poetica, nel tentativo di trovare destinatari e significati per un balbettio radio senza destinatario e senza senso: siamo partiti dallo studio dei racconti di fantascienza scoprendo un mondo ricchissimo di idee, predizioni, premonizioni, immagini, angosce. Poter lavorare su questo magma incandescente permette al nostro teatro di andare a fondo su diverse questioni aperte in altri spettacoli: il ruolo del pubblico come parte attiva della drammaturgia e della scena, l’analisi metafisica del testo, il rapporto dialettico tra immagine e parola. Su una scena popolata di oggetti di cera, pronti a liquefarsi o a essere modellati, e di fil di ferro, come le sculture volatili, che Primo intrecciava con gli scarti di lavorazione, spazzata da rumori di fondo e venti cosmici che recano frammenti di onde sonore frutto del massimo sviluppo della sensibilità musicale occidentale, su questo spazio profondo e sospeso nel disumanesimo cosmico (così originariamente si sarebbe dovuta intitolare la raccolta di questi racconti) non si tenta di vendere merce, ma di procacciare l’affare della vita, dello spazio-tempo, con gli strumenti analogici della parola e dell’immagine. Le parole e le immagini dovrebbero fissarsi come una vernice, uniformi, senza grumi, ingannare e sedurre tutti noi, spettatori soddisfatti e prigionieri non-nati incatenati nella Caverna. Ma qualcosa si inceppa e inizia a emergere una faglia, un vizio di forma, una lacerazione nel nostro tessuto connettivo, che scopriremo essere ordito tragico, connesso proprio al più grande vizio, quel Lager generato dal sonno della ragione.

Arricchiscono il progetto l’ospitalità sul palcoscenico di studiosi e giornalisti, invitati proprio in virtù della loro passione e conoscenza dell’universo letterario e intellettuale di questo grande testimone, ai quali, dopo lo spettacolo, sarà affidato il compito di approfondire e riflettere, porre e ricevere domande, aggiungere conoscenza e pensiero.



Gli ospiti che hanno accettato l’invito sono: Massimo Bucciantini (Esperimento Auschwitz, Einaudi 2011) ospite l’8 dicembre, Domenico Scarpa (Consulente Centro Studi Primo Levi, Album Primo Levi, Einaudi 2017), ospite il 9 dicembre e Francesco Cassata (Fantascienza?, Einaudi 2016), ospite il 10 dicembre.

Il CANTIERE PRIMO LEVI propone anche LA ZONA GRIGIA, un esperimento di memoria attiva da I sommersi e i salvati di Primo Levi, dedicato alle scuole superiori, in collaborazione con la Scuola di Pace di Monte Sole.

posti limitati, prenotazione consigliata

INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI

Teatro delle Moline, Via Moline 1/B, Bologna – www.emiliaromagnateatro.com

La biglietteria al Teatro delle Moline apre mezz’ora prima dell’inizio della rappresentazione.

Prevendita biglietti c/o Arena del Sole, Via Indipendenza 44 Bologna - 0039 051.2910910 - dal martedì al sabato ore 11-14 e 16.30-19. Biglietteria telefonica: 0039 051.656.83.99 dal martedì al sabato ore 10-13.

di Rossella Gibellini


venerdì 24 novembre 2017

Sulle vie dell’illuminazione, come noi vediamo l'India (LAC Lugano, fino al 21 gennaio 2018)

Il LAC propone già da settembre Focus India, un percorso fra le arti e le discipline, che hanno avuto origine nel continente indiano. Si va dalla musica, alla danza, il cinema, la medicina fino allo yoga e alla cucina. Un percorso da Occidente verso Oriente, alla ricerca delle fascinazioni che da secoli ormai riempie l’immaginario occidentale, sempre alla ricerca di un’esistenza più a contatto con la propria profonda spiritualità.

Edwin Lord Weeks - The Last Voyage Souvenir of the Ganges 1885 ca.

Un tragitto al contrario è invece quello da cui si è partiti per mettere insieme l’esposizione Sulle vie dell’illuminazione, 400 opere, che costituiscono il corpus della mostra aperta nelle sale espositive del LAC fino al 21 gennaio 2018. La lente qui è posta sugli occhi degli occidentali, che guardano per esperienza diretta o per sentito dire questo mondo lontano e sempre misterioso, pieno di contraddizioni insanabili ma conviventi da secoli e anche per questo così difficile da comprendere.


GaneshaMusa - opera in ceramica di Luigi Ontani

La mostra comprende opere di arte visiva, scultura e molta fotografia dal 1808 ad oggi. Il 1808 è l’anno in cui venne pubblicato il libro di Fredrich Schlegel Sulla lingua e la sapienza degli indiani, in cui lo scrittore e filosofo tedesco sosteneva che il sanscrito era la lingua madre delle lingue definite appunto successivamente indo-europee. Un libro che segnò l’inizio di un nuovo corso e non solo nella storia delle lingue.
Nella mostra emergono tutti i simboli e per certi versi gli stereotipi del mondo indiano, tutto ciò che è strano e diverso agli occhi di un occidentale. Troviamo perciò magnifiche viste sul Gange con pire e cortei funebri, vacche sacre, principi riccamente abbigliati e folle di poveri, fachiri ed elefanti, divinità dalla testa animale e dalle molte braccia, danze, e personaggi simbolo di quel mondo come Gandhi e Madre Teresa di Calcutta. 

Church Gate Station - foto di Sebastião Salgado

Alcuni artisti hanno giocato con i topoi indiani, reintepretandoli in modo ironico come Luigi Ontani e il suo elefante, altri invece hanno cercato di restituirne immagini più profondamente legate alla realtà del luogo, come le foto di Sebastião Salgado e di Stefania Beretta. Molte sono le opere fotografiche anche di Occidentali, che già ad inizio novecento praticano posizioni yoga o danzano alla maniera indiana, quest’ultima forse più che altro per moda e nella ricerca di un esotismo un po’ fine a se stesso.




Infine da segnalare senz’altro le numerose cover di dischi ispirati al mondo indiano negli anni ‘60/’70 e diverse le immagini dei Beatles nel loro periodo di fascinazione dell’India.

cover di dischi ispirate all'India


di Cristina Radi

per vedere la galleria fotografica della mostra clicca qui