martedì 1 novembre 2016

Al Festival Gender Bender anche le buste hanno un’anima

Sono a Bologna per le vacanze autunnali. 
A cavallo della festività di Ognissanti, si svolge fino al 6 novembre il Festival Gender Bender, dedicato alla rappresentazione del corpo e dell’identità sessuale, con la direzione artistica di Daniele Del Pozzo. Trafelata fra uno spettacolo e l’altro, di cui è l’ufficio stampa, mi chiama Anna Maria (mia ex socia dell’agenzia di comunicazione Pepita Promoters), devo assolutamente portare i bambini a vedere L’après-midi d’un foehn – version 1 dell’artista francese transgender Phia Ménard al Teatro Testoni, luogo della città deputato al teatro ragazzi.

Phia Ménard in L’après-midi d’un foehn – version 1
Obbedisco, puntuale mi presento alle 18.30 al foyer del teatro con i miei due più piccoli di 8 e 3 anni; biglietti, un po’ di attesa, entriamo e ci disponiamo in cerchio attorno a dei ventilatori a terra, Phia è già lì in soprabito e cappello nero.
Poi dispone due buste uguali di fronte a sé e armata solo di forbici e scotch, crea una figurina fragile ma antropomorfa. Accende i ventilatori e la bambolina da povera foglia frale si libra nell’aria leggera e balla balla balla. Si uniscono a lei tante altre sorelle colorate in un vortice di danza. 
I miei figli rapiti le chiamano farfalle, di cui infatti hanno le tonalità e il volo delicato.
Poi anche Phia si inserisce nel turbinio con la pesantezza del suo corpo rivestito di nero, mescolandolo alla leggerezza colorata in un momento di pura poesia. Infine l’estasi si placa e in un accesso di rabbia distruttiva, le forbici che prima hanno creato, ora riducono in briciole le nostre farfalle. Rimaniamo tutti sbigottiti, il mio piccolino ha i lacrimoni già pronti all’angolo dell’occhio.
Il buio finale ci restituisce la giusta distanza dai miseri pezzi di plastica sul pavimento, solo miseri pezzi di plastica senz’anima. Eppure per un momento ci avevamo creduto e avevamo sognato.
Uno spettacolo fatto di nulla ma stupefacente e tenero, grazie Anna Maria!

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di Cristina Radi

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