domenica 6 novembre 2016

La dottoressa Jenny c’est moi

La storia è così comune, che in modi più o meno simili potrebbe capitare ogni giorno nelle grandi città occidentali. I registi, i belgi fratelli Dardenne, l’hanno ambientata nelle periferie di Liegi, in Belgio, Stato diventato suo malgrado origine e simbolo di tutte le paure degli Europei. Per dare ancora più forza alla storia, la protagonista è una giovane dottoressa, Jenny (una bravissima Adèle Haenel, attorno al cui volto ruota tutto il film), che ha davanti a sé un futuro brillante.


Mentre si trova a sostituire un vecchio medico nell’ambulatorio di un quartiere popolare, una sera a studio già chiuso suonano il campanello, lei non apre. Il giorno successivo una giovane donna di colore, viene trovata morta dalla polizia, la stessa riconosciuta dalla telecamera dell’ambulatorio, mentre stava suonando. Questo avvenimento crea una frattura nella vita di Jenny, che in cerca di espiazione rinuncia alla carriera per restare all’ambulatorio. Attanagliata dai sensi di colpa, decide di scoprire chi è la ragazza di cui non si sa nulla. Ma la ragazza senza nome ha così poco valore, che in fondo il suo stesso nome non interessa a nessuno, un nome vale l’altro persino per la polizia: ci si dimentica persino di comunicare il funerale, di chi non è mai esistito. Con ostinazione Jenny rimesta nel marcio dei peggiori ambienti della città e delle coscienze di cittadini e istituzioni, scontrandosi con molte ombre e con un’omertà diffusa. La sua determinazione però porterà a rompere gli argini di una colpa collettiva, che in molti condividono con lei.



Il comportamento iniziale della dottoressa Jenny è razionale, fa solo quello che in molti avrebbero fatto: tenere lontano chi si presenta oltre l’orario di chiusura, chi non rientra negli schemi prestabili, chi ci destabilizza. In un’intervista a Radio24 i fratelli Dardenne parlano del valore simbolico di questo NO pronunciato da una donna, una donna intelligente, sensata, determinata e capace: il No di un’Europa, di un Occidente che chiudendo porte, alzando muri, vuole mantenere il proprio status quo a prezzo di un senso di colpa, a cui non ci si può più sottrarre a meno di accettare un’espiazione che implica la rinuncia ai propri privilegi. Jenny è disposta ad accettare tutte le conseguenze per togliersi dalla testa il proprio tormento, noi forse invece siamo ormai troppo assuefatti dalle tragiche immagini, che ogni giorno ci propinano i telegiornali, per poterci davvero sentire pronti ad andare fino in fondo, mettendoci in gioco in prima persona.

di Cristina Radi

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